Anteprima nazionale “Uno di noi” di Daniele Zito

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“Riaprire una piccola libreria in città è un atto di antifascismo”, così, nella cornice storica della Legatoria Prampolini all’alba della sua inaugurazione, esordisce Daniele Zito all’anteprima nazionale del suo nuovo libro. Scritto in un momento di particolare cambiamento esistenziale e pertanto dedicato ai figli, la sua stesura scaturisce dall’esigenza pedagogica di trasmettere loro dei valori autentici. Tuttavia, pur sentendo questa alta responsabilità come padre, insegnante, uomo, l’autore ammette di essere impreparato dinanzi alla vuota costruzione retorica di questi tempi. Il presente viene indagato nella forma classica della tragedia greca, genere letterario sorto nell’Atene democratica del V sec. a.C. ed impensabile senza uno spazio politico, l’agorà, in cui espletare la parresìa, libertà di parola. Le Baccanti di Euripide offrono a Zito un modello dialogico e teatrale per una scrittura potente, intensa, al contempo leggiadra e fluida. Come nella tragedia classica, nessuno è esente da colpe. La trama è cronaca quotidiana, purtroppo: una combriccola annoiata, post partita di calcetto, compie una bravata appiccando il fuoco in una baraccopoli rom. Una bimba rimasta gravemente ustionata è destinata a morire, ma la sua ombra sovrasta e divora tutti, rappresentando le colpe di tutti. “Uno di noi”, come premesso prontamente da Valeria Castorina, moderatrice dell’incontro, è un protagonista immeritevole della dignità del nome proprio. Crogiolato nel suo anonimato, Uno di noi è chiunque si pieghi alla logica fascista e xenofoba senza curarsi dell’umanità dell’altro. “Abbiamo bonificato la zona, l’abbiamo derattizzata, gli abbiamo fatto capire chi è che comanda” sembra l’eco delle frasi retoricamente ricorrenti nell’attualità politica in cui si guerreggia contro etnie che ci rubano il lavoro, togliendoci tutto ciò che è nostro, le nostre strade, le nostre nuvole. Dobbiamo riprenderci ciò che è nostro. La macchina politica senza l’ingranaggio della retorica non funziona efficacemente. Senza un Noi basato su una presunta, ostentata ed infondata identità condivisa, sarebbe impossibile attaccare tutto ciò che è diverso, meridionale, migrante, omosessuale, etc. Così la politica del buonsenso, fondata su un noi socialmente uniformato e fittizio, plasma le coscienze di chi sa che incendiando un campo rom rimarrà impunito. I protagonisti del libro non sono eroi tragici lacerati da oscure tensioni interiori tra thumòs e lògos, passione e ragione, bene e male, né personaggi psicologicamente proiettati ad un percorso di consapevolezza, pentimento e redenzione. L’espiazione dei peccati non sfiora minimamente Uno di noi, piuttosto ossessionato dalla paura di essere scoperto nella sua goliardata finita male che mosso dalla pietas per l’infelice destino della piccola rom. Solo l’illuso, personaggio in cui il lettore può finalmente immedesimarsi, mostra un moto di humanitas, ma la letteratura e la realtà insegnano come le illusioni cadano disattese. L’appello finale del libro spetta al corifeo con riferimento alle stragi in mare, così il sortilegio dell’acqua si unisce a quello del fuoco: “ciò che brucia non ritorna mai”.

Tiziana Parisi