Conversazioni sulla figura storica di Nino Milazzo

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L’Etnabook Festival ha aperto le porte al pubblico proprio con l’intervento di
Tino Vittorio e Daniele Lo Porto sulla figura di Nino Milazzo, offrendo numerosi spunti di riflessione su passato, presente e futuro del giornalismo e della libertà di espressione.

Nino Milazzo, noto giornalista originario di Biancavilla, inizia la sua carriera nel 1952 a Catania fino ad approdare nel ’77 nel “Corriere della Sera” e lavorare per “La Sicilia”.
Molti dei suoi colleghi, sebbene abbiano tratto giovamento dalla sua collaborazione, lo hanno sempre considerato un professionista pericoloso, con un talento unico ma difficilmente controllabile dall’editore.
Il suo spirito libero ha, nei lunghi anni di esperienza, intaccato la logica nuova del giornalismo.
Tutto sembra ormai governato dalla televisione, in grado di sedurre gli spettatori, grazie al sostegno economico delle pubblicità e dei grandi imprenditori.
<< L’informazione non deve avere un padrone e non deve diventare ancella del potere >>
Così Tino Vittorio ricorda il periodo che Nino Milazzo, affiancato da Enzo Biagio, ha dedicato alla direzione del programma “L’Ippogrifo”, trasmesso sull’emittente televisiva Telecor.
Daniele Lo Porto sembra essere assolutamente concorde, ritenendo che l’amministrazione di un giornale non sia cosa facile. Questo lavoro, piuttosto spinoso, presuppone diversi punti non trascurabili per l’efficace riuscita del prodotto informativo, tra cui l’autonomia professionale, riguardante anche il vertice della redazione, e la qualità, così che menti acute possano offrire chiavi di lettura per nulla scontate.
E il diritto di esercitare la critica?
Pur avendo il dovere professionale di restare fedeli alla verità sostanziale dei fatti, i giornalisti non potrebbero mai restare del tutto neutrali, perché sarebbe innaturale.
Sebbene assistiamo al lento declino del potere d’informazione e di influenza dei quotidiani cartacei, non bisogna tralasciare la serietà e l’imparzialità, spesso dimenticata da giornalisti obbligatoriamente schierati e incastrati nelle camere del potere.
Siamo talmente legati alla cultura di Internet da non accorgerci che i social sono divenuti un canale unidirezionale, responsabile dell’inquinamento dell’informazione stessa.
<< Uccidono più i social che la spada >> interviene Tino Vittorio, riconoscendo la quasi definitiva scomparsa della “penna”.
Questa forma di squalismo digitale ci lascia credere nella possibilità di risolvere i nostri problemi con la violenza verbale, metodo assai infruttuoso per abbattere un modello di vita sociale che non va più bene.
“La parola è l’arma più potente che abbiamo, usiamola bene”: così recita il motto del Festival Internazionale del Libro e della Cultura, quasi a rimarcare il fulcro stesso del discorso tenuto da
Tino Vittorio.
Si rivendica insomma lo stile pacato dell’intellettuale che si distingue per coerenza personale, prima ancora che professionale, anche se questo significa sollevare polveroni socio-mediatici.
Soltanto se avessimo una visione in carne e ossa della realtà sociale che ci circonda potremmo provare ad ovviare i problemi della marginalità provinciale. Si tratta di un argomento che Tino Vittorio, storico dell’Università di Catania, tratta più volte nei suoi libri, presentando la “questione meridionale come questione territoriale”.
Serve quindi trovare il coraggio di lottare contro un giornalismo gridato, capace soltanto di infuocare gli animi dei lettori, senza esortarli ad agire sul serio. In questo può senza dubbio venirci in aiuto la storiografia, definita da Tino Vittorio come “operazione psicanalitica per liberarsi del passato, dopo però averlo studiato e compreso, in vista del futuro”.
Mariacristina Di Pietro