Di Grado, Mangiameli e Fadda: Il fascismo ai tempi della crisi

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Un festival letterario di alto tenore non può che concludersi con un confronto dialettico tra illustri accademici: Rosario Mangiameli, Professore di Storia contemporanea al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Ateneo catanese, Antonio Di Grado, le cui lezioni di Letteratura italiana con gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche risuonano per fama in tutti i corridoi del suggestivo Monastero dei Benedettini di Catania ed Emanuele Fadda, Docente di Semiotica e Linguistica all’Università della Calabria.

Il fascismo eterno”, pamphlet sulla lectio tenuta da Umberto Eco alla Columbia University il 25 aprile 1995, offre importanti spunti per dibattere se il fascismo sia solo un momento storico circoscritto o una tendenza eterna e slegata dalla storia. Ezio Traverso, indagando i nuovi volti del fascismo, fa luce sulle dinamiche odierne. Le nuove destre
radicali, la xenofobia, il populismo, il terrorismo islamico sembrano richiamare alla memoria il fascismo storico, tuttavia non si configurano né come la sua continuazione, né come un neofascismo, fenomeno nuovo e diverso tout court. Così il fenomeno storico attuale, eterogeneo e mobile, è definito postfascismo. Per Eco l’Ur fascismo è fascismo perennemente eterno, i cui capisaldi sono il culto della tradizione, età dell’oro da riscoprire, ed il conseguente rifiuto del modernismo e del razionalismo, eredità della rivoluzione illuministica francese, la demonizzazione del disaccordo in virtù di una concezione organicistica della società che non contempla il conflitto al proprio interno, l’ideologia della lotta permanente come paradigma della vita ed il culto dell’eroismo, la predilezione di un lessico povero e di una sintassi elementare per limitare il ragionamento complesso e critico, quindi l’ Ur fascismo parla la “neolingua”, lingua della dittatura comunista in ‘1984’ di Orwell. È sufficiente una sola di queste caratteristiche per far “coagulare una nebulosa fascista”. I professori ospiti non possono che conferire un taglio rispettivamente storico, letterario e linguistico alla questione sollevata. Mangiameli insiste sugli aspetti sociali della “grande trasformazione” (Polanyi) e sulle pulsioni che inducono al fascismo, inteso anche come qualsiasi forma di sovranismo, populismo e gestione politica delle masse. Attualmente gli aneliti xenofobi appaiono esacerbati e vengono delineati con coraggio ne “L’uomo bianco” di Ezio Mauro. Il fascismo è un pregiudizio da dimenticare o una discriminante da mantenere? Di Grado precisa che l’antifascismo è un principio indispensabile come la memoria, dolorosamente ma necessariamente divisa, su cui si fonda la nascita di ogni nazione moderna, matura e civile. Il professore si abbandona
alla lettura di estratti letterari da Calvino a Vittorini fino a Pavese, per il quale occorre placare anche il sangue nemico e perdonare ma, come specificato da Eco, perdonare non significa dimenticare. La pietas per chi ha creduto in un ideale ed è caduto, non esclude un giudizio etico e politico inflessibile, né autorizza l’impulso a dimenticare, perché “forse solo per i morti la guerra è finita davvero” (Pavese). Per Fadda il fascismo è un pericolo semantico. Traducendo dal francese Barthes: “La lingua come esecuzione pratica di ogni linguaggio non è né reazionaria né progressista. È molto semplicemente fascista, perché il fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire”. Nella lingua schiavitù e potere, fascismo e democrazia si confondono inevitabilmente. Basta un attacco mirato alla semantica, apportando un turbamento massiccio delle condizioni materiali della comunicazione,
per diventare schiavi. Questa è una condizione strutturale che Fadda osa definire fascismo
antropologico.

Tiziana Parisi