Le trappolle dell’antifascismo, incontro con Giovanni Magrì

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Venerdì 20 settembre Giovanni Magrì, affiancato da Antonio Coratti, apre la seconda giornata dell’Etnabook Festival con un interessante interrogativo per capire se le forti rievocazioni del fascismo, nell’ultimo periodo molto diffuse sui social, vanno prese sul serio oppure rappresentano una mera forzatura politica.
“Il fascismo è sempre stato fascista?”

Con il suo intervento Giovanni Magrì ci mette in guardia sulla possibilità di riconoscere nel fascismo, sin dalle sue origini storiche perlomeno, i caratteri peculiari dell’essere fascista. Evidentemente l’aggettivo e il sostantivo assumono connotazioni e applicazioni pratiche differenti anche in campo sociale.
Per prima cosa andrebbe smentita la visione politica anti-democratica del fascismo perché, come attestato dagli articoli su “Il Primato Nazionale”, durante il ventennio fascista si votò sempre e venne registrata un’affluenza alle urne paragonabile a quella dei giorni nostri, se non superiore vista l’attuale scarsa fiducia nelle istituzioni.
Con le prime elezioni politiche del 6 aprile 1924, svoltesi dopo la presa di potere del fascismo, il Partito nazionale fascista ottenne il 64,9 per cento dei voti. Grazie all’applicazione della Legge Acerbo venne garantita la piena governabilità ai legislatori, senza però trascurare la libertà di scelta dei cittadini.
Tenendo in considerazione il conteggio complessivo dei voti e il numero assoluto di votanti, gli italiani sostennero i fascisti anche nelle elezioni del 1929, seppur plebiscitarie come quelle del ’39 e non pluripartitiche, con una legislatura che raccolse il 98 per cento dei consensi.
Da ciò emerge una considerazione importante: sia il Fascismo che il Nazismo, sebbene si siano poi distinti storicamente come regimi dittatoriali, hanno avuto verosimilmente un accesso democratico al potere.
Dovremmo quindi mettere in discussione anche il vero significato del concetto di democrazia, come forma di potere esercitato dal popolo con rappresentanti liberamente eletti, e del significato stesso della parola “popolo”?
Qualsiasi costatazione sia stata fatta durante l’incontro di ieri sulla realtà politica ed economica di quegli anni non risulterebbe effettivamente esaustiva. Molti intellettuali si sono interrogati sull’argomento senza trovare una risposta in grado di farci sentire meglio con le nostre radicate convinzioni.
Bisognerebbe quindi approfondire ulteriormente la questione, apparentemente contraddittoria, per acquisire un sapere minimo che ci permetta di non essere antifascisti ingenui e di difenderci dai falsi antifascismi, costruiti sulla base di abili strategie di manipolazione mediatica.
Cadendo nella trappola mortale, per l’intelletto e non solo, dei banali cliché non avremo mai la possibilità di risolvere le problematiche sociali, le quali ci costringono a parlare ancora oggi di “antifascismo” e a promuovere queste iniziative di sensibilizzazione.
Giovanni Magrì cita, proprio in relazione a tale discussione, “L’assurdità dell’antifascismo in assenza di fascismo” del saggista contemporaneo Diego Fussaro.
Se al cospetto della dittatura di Mussolini sarebbe stato legittimo, e forse umanamente doveroso, definirsi un “antifascista”, oggi l’utilizzo di questo termine risulta a volte estremamente dannoso.
Dirottando il nostro perenne disappunto verso la contraddizione estinta del fascismo storico, non focalizziamo l’attenzione sui paradossi sociali attualmente esistenti.
“Non ha senso, dunque, la sopravvivenza dell’-anti alla realtà cui l’-anti si contrapponeva”

Mariacristina Di Pietro